giornalismo sporco
In questi giorni, parecchi giornalisti si sono occupati del terremoto in Abruzzo. Alcuni si sono catapultati in quei luoghi, altri hanno seguito dalle proprie redazioni l’evolversi dei fatti. Fare questo mestiere in contesti simili non è facile. Se sei sul posto rischi di essere d’impaccio, se sei in redazione rischi di rompere le scatole a chi sta lavorando tra i soccorsi per avere qualche informazione utile. Qualcuno, però, in questi giorni ha passato le linea gialla della stupidità, e se ne sono accorti tutti. I primi quelli del Tg1 con la questione dello share come se stesse parlando di Sanremo, poi quelli di Matrix che tra le domande intelligenti dell’inviata e l’inopportuno presentatore hanno fatto il resto. Mentre leggevo su internet le proteste di tanti mi è venuto in mente la storia di un giornalista del New York Times: C. J. Chivers.
Il suo ruolo nel giornale era tallonare tribunali e distretti di polizia alla ricerca di qualche pista di cronaca da seguire, detto in parole povere era l’ultima ruota del carro. Una mattina, mentre andava a ‘lavoro’, si trovò nel mezzo di una tragedia. Sulla sua testa un aereo s’era infilato in una delle due torri gemelle. In quel momento cercò di raccogliere un po’ di testimonianze sul posto. Chiamò in redazione e gli dissero di restare lì a vedere cosa succedeva. Fu uno dei migliori osservatori del disastro. Rimase sul posto e all’arrivo dei vigili del fuoco cominciò a lavorare con loro, per quello che poteva fare. Dormì lì sul posto, mangiava quello che mangiavano loro. Non scrisse nulla per un bel pezzo. La sua fu una presenza discreta, tanto che gli stessi vigili del fuoco lo ‘coprirono’ durante i controlli. Un osservatore silenzioso, che sta sul posto, che vive quello che vivono gli altri e te lo racconta, non uno con le scarpe pulite che chiede ‘hai avuto paura?’ e poi torna a scrivere a casa. Chivers ha preso il Pulitzer nel 2002.